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Secondo un’opinione ancora piuttosto diffusa, l’unica missione di una Società che costruisce e gestisce autostrade sarebbe quella di tracciare nastri di asfalto e di cemento per riempirli di traffico là dove la natura regnava incontaminata. Nella migliore delle ipotesi, le si concede a stento il beneficio di una giustificazione in nome del progresso e delle moderne esigenze di mobilità delle persone e delle merci. Ma l’autostrada rimane percepita come un oggetto estraneo, indifferente ai valori dell’ambiente e della cultura.
La realtà, come spesso accade, è diversa, e l’esperienza compiuta in questo campo ATIVA ne è una prova. Non si pretende qui di affermare che lo scopo precipuo di una Società autostradale sia quello di contribuire al restauro di opere d’arte o alla ricerca di nuove testimonianze sulle civiltà del passato. Al contrario, nell’immaginario collettivo le ruspe ed i bulldozer che entrano in azione nelle diverse fasi di costruzione di una autostrada sono quanto di più lontano si possa supporre dalla cura e dalla circospezione con cui l’archeologo interviene a prelevare i suoi preziosi reperti, separandoli delicatamente dalla terra che li include.
Ma quando l’autostrada – al di là del suo obiettivo primario di rendere più agevole, rapida e sicura la mobilità delle persone e delle merci – si rende partecipe di un intervento di significato culturale, questo è un valore aggiunto da considerare (e ATIVA lo considera) con particolare soddisfazione.
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